·e poi·

blog racconti e poi

-E poi?

-E poi, niente. Avevo un assoluto bisogno di cose semplici, di calma e di tocco. Avevo la necessità di sentire quello che stavo facendo. La necessità di risentirmi dopo l’uragano. L’uragano aveva devastato praticamente tutto: amicizie, credenze, priorità, volontà, meccanismi. Nella mia mente, una dopo l’altra, c’erano le persone che avevano fatto parte dell’uragano. Tantissime, davvero. Pensavo agli anni trascorsi, alle cose in comune, a quello che mi guidava in quel momento, e sentivo che ero cambiata in un modo che non riuscivo a spiegarmi. Forse, succedeva così. Le persone crescevano e mutavano. Gli eventi della vita forgiavano la loro creta e loro prendevano quella forma. Io pensavo alla corteccia degli alberi, ai petali dei fiori, all’erba e al fruscio nelle sere d’estate, quando le cicale prendono il sopravvento. Pensavo al tepore del sole, i primi giorni di maggio. Pensavo al colore della terra e alla trasparenza dell’acqua. Pensavo al poliestere, al velluto, al cotone. Avevo un bisogno immenso di riconnettermi alle cose. Avevo accusato il colpo degli addii: troppi, tanti, dolorosi, ma anche no.

Le cose, in quei momenti, erano andate bene così – continuavo a ripetermi. E i momenti erano innumerevoli. Era tutto andato, perso, sepolto. Morto. Per la prima volta in vita mia avevo tagliato i rami secchi e mi ero presa cura di quello che non volevo più. L’introspezione e la consapevolezza che sentivo erano talmente fonde che se non davo loro un confine potevo rimanerci imbrigliata.

Poi, pensavo al chiasso, ai rumori di fondo, a tutto il superfluo che mi infastidiva nel profondo. E pensavo alla quiete contrapposta, a ciò che mi serviva. La mia quiete era sempre lì, bastava aprire la porta ed entrare. Tutto, fuori, era baccano amplificato. Eppure, il mondo mi chiamava per parteciparvi. Io volevo esserci giusto il necessario, perché più lo conoscevo più ne ero sbalordita. Mi raccapricciava la mancanza di confronto, del mondo. Ma soprattutto la difesa, in cui stava il mondo. Perché il mondo stava in difesa, e io in difesa non ci sapevo giocare. Certe cose non le avevo, anche se mi sarebbe piaciuto averle, ma alla fine ognuno era fatto com’era fatto. Erano cose che mi avevano stupito. Cose che non mi appartenevano ma che dovevo conoscere. Erano davvero molte. Io, non ci potevo fare nulla per dove stava andando il mondo. A casa mia mi sentivo al sicuro. Fuori, meno. Mi era incomprensibile come le persone non si accorgessero o non si interessassero o meglio, riuscissero a fronteggiare, ciò che era il mondo. Ma ero convinta, nel profondo, che non lo conoscevano come lo conoscevo io, altrimenti si sarebbero ben guardate dal mondo.

Ero stanca di vedere di tutto, di sentire al di là di tutto, di notare le piccole cerimonie della gente, le minuscole e maiuscole loro allegorie mentali. Era un’immensità. Ero arrivata a dover frenarmi dal parlare. Era davvero terribile, ma liberatorio da un lato. Poi, c’erano stati momenti in cui frenarmi era stato impossibile. Poi, cercavo semplicemente di essere me stessa. Sarebbe dovuto essermi naturale, eppure la me stessa non aveva così tanti amici. Non parlava con tutti. Non sorrideva a tutti. Era passato molto tempo dalla me stessa. A volte mi sembrava quasi di tornare nella mia cameretta a riempire i diari di dediche e murales. A volte tornavo a Torino. A volte tornavo su uno scoglio in Croazia. Io sullo scoglio ci stavo benissimo.

Questa nuova versione di me mi richiedeva di essere egoista, cosa che alle persone che avevo conosciuto era riuscita benissimo, senza sforzi. Tutto il contrario di ciò che ero stata io. In realtà io ne avevo due coglioni di me, ma soprattutto delle assurdità che avevo visto intorno a me.

Le persone avevano stili di vita completamente lontani dal mio. Avevano priorità, nascondigli e giocherie interne che non sentivo mie, anche se le vedevo. Questa cosa mi schiantava, semplicemente. Sembrava fossimo tutti lì ad uso e consumo, uso e consumo, uso e consumo. Uso e consumo. Sentire con i polpastrelli la stoffa di un divano, accorgersi di quanto era ruvida, era una cosa ininfluente quasi per tutti quelli che conoscevo. La priorità era eccellere, competere, sgomitare, furbizzare, attenzionare. Il mondo era così. Io nel mio mi sentivo sola. Come tutti, probabilmente. Io, da sola, ci stavo benissimo. Le persone invece vivevano in comunità preconfezionate, senza farsi tante domande, così era e così stavano bene. Le comodità delle loro sicurezze personali mi attraevano da un lato, dall’altro mi allontanavano. Anche a me piacevano le sicurezze e anche io avevo le mie. Ma la consistenza della stoffa del divano sembrava essere superflua per tutta quella gente che deglutiva paroloni.

Il fatto che a me bastasse poco, rispetto a ciò che bastava alla gente, era un’arma a doppio taglio, per il mondo. E quindi, cercavo di fare spazio a una nuova rigenerazione cellulare, come fossi un gatto che non dorme.

Avevo visto tanto, forse troppo. Vedere il mondo con i miei occhi voleva dire farlo a fettine e poi ricomporlo. Non era simpatico. E, mentre io facevo questo, il mondo continuava a girare, inconsapevole come sempre, dai tempi dei tempi, e come sarebbe stato per sempre. Il mondo mi aveva regalato la sua indifferenza, e io l’avrei ripagato con la stessa moneta. Indifferenza per indifferenza, amore per amore, gioia per gioia, dolore per dolore. Era corretto.

Si poteva quasi dire che la mia me materna per tutti, finalmente, era crepata. Qualcuno avrebbe esclamato “Vittoria!”. Si festeggiava, insomma. Mi sentivo tanto “Il curioso caso di Benjamin Button”, ma con il cervello giusto. Anche se, il mio, andava sempre a 100 km/h. In quello, la stoffa del divano mi era utile. Le persone facevano tante cose per calmare il cervello: alcune si abbuffavano, altre pregavano, alcune semplicemente non ce l’avevano. A me, il mio, toccava calmarlo.

Era come se avessi esaurito le batterie per le cose difficili. Mi sembrava di aver fatto cose gigantograficamente grandi, compreso l’inventare parole senza senso.


·e poi·

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *