·sulla panchina·

blog racconti sulla panchina


Sono seduta su questa panchina da qualche giorno.
Oggi ho portato una radio, fa compagnia.
La mia radio non smette di suonare e canta canzoni d’amore.
C’è il sole, qualche grillo timido mi viene ad ascoltare, qualche cicala fa capolino.
Le prime margherite sbocciano, la ghiaia risplende sotto il sole.
C’è una casa laggiù, non sono entrata.
Non ho detto ciò che avrei voluto dire, forse perchè non andava detto.
Mi sono incatenata a questa panchina.
Ho la chiave al mio collo, è rossa e di ottone. Ho io la chiave.
E non è di quella casa di fronte a me, ma è del mio respiro che palpita.
Passa una delle Sacerdotesse, mi fa un saluto.
Non la vedo bene, porta un velo sul viso, ma credo sia molto bella, ha una voce suadente e profonda, potrei dire carnale.
Beve qualcosa con me, prendiamo un po’ il sole.
Mi tiene un po’, mentre canto felice. Chiacchieriamo, facciamo le corone con le margherite che troviamo.
Qualcosa stride però su questa panchina, anche se c’è il sole.
Prendo quel qualcosa e decido di guardarlo. Fa male.
Ma è la verità. E la verità si guarda sempre, anche se fa male.

Il fantasma dell’ Indaco fa capolino, dietro una siepe lì vicino.
Sei ancora qui, penso, eppure, non credo ai fantasmi del passato.
E lui mi risponde, dando aria a quella bocca morta: “io non sono il tuo passato, io sono il tuo insegnamento”.
Sorrido, alzo le sopracciglia, sorrido di nuovo.
Hai proprio ragione.
Vedo poi una delle Guardie, la più anziana, corrermi incontro: “Come stai?”.
Sto bene, le dico sorridendo.
Sto bene, e guardo a terra, vedendo la ghiaia che brilla scottata dal sole.
Mi sono vista, in queste ombre, e in queste luci, le dico.
Lei annuisce, mi accarezza. Vuole sapere come mi sento.
Sto bene. E guardo ancora la ghiaia, i quadrifogli che si muovono nel prato davanti a me.
La Sacerdotessa si stringe a me, mi chiede se mi sarebbe piaciuto entrare.

No, le rispondo, forse ho sbagliato casa.
Sicuramente non è la casa giusta per me, altrimenti non sarei qui.
La Guardia si siede all’altro lato della panchina, mi prende la mano e mi chiede: “Ora, sai cosa è uno schiavo?”.
La guardo e le dico “Si, Signora, lo so. È chi si può liberare quando vuole”.
Prendo la chiave tra le mani, la catenella che mi cinge il collo si trasforma di nuovo in ragnatela, dissolvendosi subito.
È una bella chiave, rossa, di ottone. Giro il chiavistello che tiene insieme la catena e mi libero.
Guardo le mie compagne di viaggio, butto un occhio dietro la siepe.
Il fantasma dell’ Indaco mi fa un cenno comprensivo, sbattendo le palpebre, poi sparisce di nuovo.
La Guardia mi chiede se le darò i miei incantesimi, se potrà bere dalle mie pozioni, annusare i miei libri sgualciti, e io l’abbraccio, invitandola per il prossimo thè.
La vedo tornare alla sua tana, nella sua possente quercia.
La Sacerdotessa vola via, in punta di piedi, sinuosa tra le foglie che ricoprono gli alberi lì accanto.

Sento un rumore tra le siepi, qualcosa che s’infila tra le pieghe della brughiera.
Eccola, poi. È molto bella. Vaporosa, coriacea, sanguigna.
E’ rossa come il tramonto che invade questo spazio, come le pieghe della gonna di una donna.
Mi guarda. Mi fissa.
E’ ferma vicino al prato. Mi chino e la chiamo, guardandola dolcemente.
Lei arriva, zampettando, facendosi avanti e annusandomi le gambe.
“Vieni con me?”, le chiedo.

La volpe mi osserva, china la testa e procede per la ghiaia avanzando piano.
Si gira, mi guarda di nuovo. Sembra quasi mi chieda di seguirla.
Accetto l’invito e mi faccio avanti, rimanendo al suo fianco ma un passo indietro.
Sfilo la mia ghirlanda dal capo e infilo in uno dei rametti la chiave, vicino all’anemone più bello e dal pistillo più nero.
Guardo i miei piedi, che sanno di terra e di vento, qualche piccola ferita alle caviglie dovuta al tanto camminare, tra i vari tipi di vegetazione che ho incontrato, e poi guardo le mie mani.
Sono mani belle, sono mani … che scrivono.

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