⋅il mio gatto⋅

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Vorrei essere come il mio gatto:

lui non guarda, osserva.

Non corre, si appresta.

Lui non caccia, cova.

 

Lui non chiede, sa.

Lui non morde, si infastidisce.

Non teme, studia.

Si, vorrei essere come il mio gatto.

 

Vorrei essere come lui

e avere due fari al posto degli occhi,

due piume come mani

e due conchiglie come orecchie.

 

Vorrei essere come il mio gatto

e dormire al sole mentre mi cuoce

e far della mia pelle un guanto di pelo

e della mia coda un tenue sentiero.

 

Vorrei fregarmene,

vagare come il mio gatto,

stralunare come lui fa

e sprofondare come lui sa.

 

Vorrei moderarmi

come fa il mio gatto

e nel frattempo essere ospite

e nel frattempo farmi padrone.

 

L’ultima volta

mi ha seguita in bagno.

Mi osservava, concentrato,

mentre io mi sedevo.

 

Ad un tratto mi ha detto: “Capisci?!”

Allora, ho riabbottonato i pantaloni,

facendo come nulla fosse accaduto

perché mi aspettavano di là.

 

Non sentivo nulla,

fissavo il mio gatto e lui fissava me.

Più che guardarmi, mi vedeva

e ho sentito che qualcuno sarebbe arrivato.

 

Così, sono corsa di là,

ho aperto il cancello di casa,

ho aspettato gioiosa sulla sedia

mentre il mio gatto mi osservava.

 

Non sapevo chi stavo aspettando,

ma è stato il mio gatto a guidarmi

e tutt’un tratto mi ha fissata

e mi ha detto “Eccomi!”

 

Vorrei essere come il mio gatto,

lui non mi guarda, mi scruta.

Non mi ama, mi segue,

lui non mi aspetta, mi veglia.

 

Ma, restituisce sempre ciò che prende

come se sapesse che deve pagarmi.

Allora, apro la porta di casa

e trovo un topo, una lucertola, un passero.

 

Lui mi doma, fiero e possente,

quasi grato, assorto,

riconoscente e sicuro,

è questo il mio gatto.

 

Vorrei, essere come lui

e sentirmi dire:

“Senti, la mia pancia cosa ti fa fare,

tocca qui, e lasciati cullare”.

 

Vorrei, essere come lui:

libero di partire e di andare,

anche se nella mia casa

lui vuole tornare.

 

Vorrei essere come il mio gatto.

Lui non si accovaccia, sprofonda.

Non si addentra, spia.

Lui non gioca, si mostra.

 

Ci siamo scelti a vicenda,

in un negozio di sfollati.

L’ho notato subito, tra tanti,

era il più matto tra la folla.

 

Quando l’ho appoggiato al petto

lui mi ha annusata

ha iniziato ad educarmi

e ha deciso di accoccolarsi lì.

 

Poi, è rimasto sempre

e mi ha seguita, come un segugio.

Anche se non è territoriale,

perché il mio gatto è personale.

 

E’ intimo il mio gatto,

è dentro, il mio gatto,

ma sempre fuori,

sempre un passo oltre.

 

Lui è un passo in più,

quasi fosse irraggiungibile

il mio gatto,

tranne quando dorme.

 

Quando sonnecchia lo si può toccare,

ma non troppo, è selvatico.

Furbo e schivo, chiaro e scuro.

Fiero e salvo.

Vorrei, si, essere come il mio gatto.

Quella volta che l’han sbranato

in una combriccola del quartiere

lui non ha battuto ciglio.

 

E’ rincasato, senza nulla dire

e per curarlo l’ho dovuto addormentare,

tanto che poi si è lasciato guardare

e sembrava morto.

 

I suoi fari erano spenti, inermi,

ma io potevo coccolarlo come mai,

perché se lo accarezzi troppo da sveglio

il mio gatto ti sbrana.

In fondo, è un vagabondo.

Adottato e sanato, sterile ma selvatico,

incandescente e tenue.

Vorrei essere come il mio gatto, si.

 

Lui parla anche quando non vuole,

fischia, anche quando c’è da dire,

che non lo voglio più sentire,

poi mi spavento.

 

Se viene in bagno

quando non me l’aspetto

e io lo fisso da seduta,

lui emette suoni e mi dice: “Capisci?!”

No, non posso capire, gli direi.

Non sono il mio gatto.

Solo i gatti parlano con i gatti,

dicono.


⋅il mio gatto⋅

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