·acqua da bere·

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Faccio molte pause quando leggo di poesia.

Ogni riga contiene intoppi come ragni che mi bloccano il respiro.

Niente di malvagio.

E’ una catena che mi affossa e mi devo riprendere, da tanto mi percuote.

Scivolo via dalle parole e loro si smembrano e si addormentano nella mia gola.

Riprendo fiato e ricomincio.

Vado a bocconi, sminuzzando ogni lettera, sentendola suonare tra le narici.

Qualche volta sento un profumo.

Il gelsomino nella A. L’esempio nella parola “terra”.

E succede che mi devo fermare, tra tutta quella scuola di lettere e sentire,

che mi sembra mi vada di traverso.

Poi sorrido e faccio un ghigno, stendo le labbra, alzo le sopracciglia.

Fisso il vuoto e proclamo l’autore.

Do un nome al ragno che ha addomesticato le mie meningi, ingabbiato il mio lato destro.

Un nome schietto e univoco, che mi riporta alla sabbia e al deserto,

dove non c’è altro che si desidera: ancora acqua da bere.

·acqua da bere·

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