⋅luna⋅

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Danzava stanotte

in una titubante vestaglia

come farfalla aerea

quella luna a metà.

Bianca come il latte

nuda come una giumenta

fu prima crisalide

poi statua di ghiaccio.

Girava la sua veste

in sottili trasparenze.

 

Non piangevo più ad un tratto.

 

E osservavo come quella veste

era formata da un pezzetto di salice

che mi era rimasto nell’occhio.

 

Lo tolsi.

 

Lei smise di ballare

e mi diede una favola.

Prima diventò madre

poi dea

poi pagliaccio

poi culla.

 

Un punto soltanto io vedevo

in quella musa fatta di latte.

Tutta si mostrava lei,

nella sua nudità scura,

dietro, oltre la tenue vestaglia.

 

Quell’unico punto diventava allora

un cerchio buio nel cielo.

Sopita, lei.

Sospinta, fedifraga e nascosta

s’adoperava per salutarmi.

 

“Ti metto a nanna?”

“Si, grazie” – le dissi.

E lei mi osservò.

Una stella prima bianca poi rossa

si mosse e mi salutò.

 

Rientrai.

“Pietra di luna”, esclamai.

E mi addormentai.

 

⋅luna⋅

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